Nel dicembre 2025, la cucina italiana è stata ufficialmente iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. È la prima cucina al mondo a ricevere questo riconoscimento nella sua interezza. Un traguardo che celebra la biodiversità alimentare, la sostenibilità, le tradizioni regionali e il valore sociale del cibo italiano. È giusto esserne orgogliosi. La cucina italiana è un patrimonio vivo, quotidiano, che unisce generazioni e territori. È cultura, identità, memoria. Ma proprio perché è così potente, rischia di diventare totalizzante.
L’enfasi mediatica e politica sul riconoscimento UNESCO rischia di consolidare una visione troppo semplificata dell’economia italiana: quella di un Paese che vive (e si promuove) quasi esclusivamente attraverso il cibo, il vino, il turismo e l’estetica del «Made in Italy».
Se il messaggio dominante è «l’Italia è cucina», si rischia di scoraggiare i giovani talenti che vogliono investire in ricerca, scienza, ingegneria, impresa digitale. La cucina italiana è un patrimonio, ma il futuro dell’Italia non può essere solo un piatto di pasta. Deve essere anche un laboratorio, un satellite, un algoritmo, un brevetto, un’idea. Celebriamo il passato, ma costruiamo il futuro. E comunichiamolo con la stessa passione con cui raccontiamo la nostra cucina.
Caliamo ora il discorso nel contesto specifico di cittadine belle, affascinanti e suggestive come Trani, senza cadere nel lamento sterile, ma offrendo una lettura critica e costruttiva.
Sovente si assiste a una trasformazione degli spazi: palazzi storici e locali che un tempo potevano ospitare uffici, studi professionali o piccole attività artigianali hi-tech, vengono sistematicamente convertiti in B&B o ristoranti.
Ristoranti ovunque / pizzerie ovunque / bar ovunque / B&B ovunque / dehors ovunque
Una città che sembra aver deciso che il suo destino è servire tavoli. Il problema non è la ristorazione in sé. Il problema è l’assenza di alternative.
Quando un’economia si appiattisce su un solo settore, succedono tre cose:
A noi interessa in particolare il terzo punto. Cioè IL FUTURO DEI GIOVANI. Trani è bellissima, ma non basta essere belli per trattenere i giovani. I giovani restano dove trovano:
OPPORTUNITÀ
CRESCITA
SPERIMENTAZIONE
IMPRESE INNOVATIVE
UNIVERSITÀ COLLEGATE AL TERRITORIO
LABORATORI
INCUBATORI
AZIENDE CHE ASSUMONO COMPETENZE ALTE
A Trani, invece, il messaggio implicito è: «Se vuoi restare, devi lavorare nella ristorazione o nel turismo».
Il risultato? I giovani se ne vanno. E non perché non amino la città. Se ne vanno perché la città non offre loro un futuro compatibile con i loro talenti. L’economia “appiattita” su pizzerie e bar crea un mercato del lavoro contraddistinto da basse competenze, precariato, stagionalità. Con un’offerta occupazionale che non prevede percorsi di carriera a lungo termine, né stipendi che permettano di pianificare il futuro (acquisto casa, famiglia).
Un giovane laureato in ingegneria o economia a Trani si sente un “alieno”. La mancanza di aziende nei settori energetico o digitale lo costringe a emigrare, trasformando Trani in una città-dormitorio di lusso per pensionati o turisti, svuotata delle sue energie migliori.
Il riconoscimento UNESCO rischia di peggiorare la situazione per le seguenti ragioni:
Ma il turismo non è eterno.