Già Max Weber, nel saggio La politica come professione (1919), affermava che si può fare politica in modo professionale, dedicandosi a essa come a un vero e proprio lavoro.
Se la politica diventa un mestiere, i doveri si spostano da mera vocazione ideale a esercizio continuo del potere.
Considerare la politica come professione potrebbe derubricare l’Etica a semplice deontologia professionale, alimentando sovente un’eccessiva tolleranza verso una forma estrema di disinvoltura morale. Infatti Machiavelli giustifica la “doppia morale” del principe per il bene dello Stato, separando virtù privata da necessità politiche: inganno o violenza appaiono tollerabili se efficaci nel mantenere il potere. Come mestiere, la politica potrebbe normalizzare tali pragmatismi come “tecniche professionali”, riducendo scandali morali a errori strategici.
Considerare la politica come professione comporta rischi significativi di degenerazione, come evidenziato da Weber nella sua analisi della “vocazione” politica:
• Oligarchia e clientelismo. Si genera una “casta” chiusa di politici di carriera, che concentra potere in gerarchie permanenti e favorisce corruzione;
• Disinvoltura etica. Si rischia una forma di machiavellismo, normalizzando compromessi opachi come “tecniche professionali” ;
• Dipendenza burocratica. “Vivere di politica” lega eletti a stipendi e apparati statali, producendo inerzia, resistenza al rinnovamento e svuotamento di leadership carismatica;
• Erosione fiducia pubblica: Senza controlli etici, amplifica scandali e sfiducia, trasformando la politica in mestiere volgare dominato da vanità e carrierismo.
Infine, esiste un nesso significativo tra l’astensionismo diffuso e la concezione della politica come professione, poiché quest’ultima alimenta sfiducia e percezione di “casta” distante dai cittadini. Pertanto l’astensionismo diventa una protesta silenziosa contro un sistema percepito come inutile o corrotto. In contesti post-ideologici, l’astensionismo cresce quando i cittadini, specie giovani e svantaggiati, dubitano dell’efficacia dei politici professionisti nel risolvere problemi economici reali. Evidentemente si riduce la legittimità democratica e il non-voto si configura come rifiuto del principio della rappresentatività.